IL BLOG DI SCHOLA MUNDI

Presentazione del Quaderno di Schola n. 2

Progetto Quaderni di Schola

 

Il quaderno n.2 di Schola Mundi è stato presentato nella celebrazione della 'Giornata Mondiale del Migrante  2016' (vedi la pagina).

"Tutte le famiglie conservano storie di migrazioni nei confini nazionali e nel mondo intero. Tutte le famiglie hanno storie di grandi integrazioni, ottenute con tremebonde incertezze ed entusiastici successi, con forza di volontà e amore per i propri figli ed il loro futuro.

AI giovani non resta che  raccogliere le loro storie."

Si conclude, così, per quest’anno scolastico, il progetto educativo che Schola Mundi onlus propone da tre anni agli studenti del Liceo E. Montale di Roma. Il progetto ha raccolto l’entusiastico favore della Dirigente Scolastica, Prof.ssa Raffaella Massacesi, che ringraziamo vivamente per aver dato alle stampe il Quaderno n. 2 di Schola Mundi, con i racconti di Migrazioni in Famiglia raccolti dagli alunni con interviste a genitori, nonni e bisnonni.

Nella presentazione sono stati letti alcuni di questi racconti, uno dei quali vi riportiamo di seguito.

 

La notte più bella di Flavia Dell’Otti

 Credo che la storia di Nusha sia anche la storia di altre milioni di persone come lei che sono state costrette ad emigrare dal loro paese.Una delle persone a me più vicine con una storia di immigrazione è Nusha Gjoka, madre di Samuel, bambino con la sindrome di Down di cui io e la mia famiglia spesso ci occupiamo e che ormai siamo abituati a definire parente.

Ho fatto con lei una splendida chiacchierata.

Nusha, mi racconti come sei arrivata qui in Italia?

“Sono venuta qui che era ormai il lontano 2001, credo fosse Gennaio, ormai quasi non ricordo più. Vivevo in un piccolissimo paesino dell’Albania. Blinisht Lezhe, un paese molto arretrato rispetto a tutti gli altri, un paesino in cui le donne quasi non potevano andare in giro. Vivevo le mie giornate chiusa dentro casa con la mia famiglia, uscivo di rado e quasi sempre accompagnata. Mia sorella maggiore spesso mi telefonava dall’Italia raccontandomi di questo paese dove ora sono, e parlandomene come fosse una terra di sogni, e io infatti sognavo di venire qui per avere una vita, ma soprattutto un futuro migliore di quello che mi si prospettava in Albania.

Quando mia madre morì, mio padre si sposò con un'altra donna, dalla quale ebbe altri due figli, una donna molto insofferente verso di me e i miei quattro fratelli.

Capisci da sola Flavia che mio padre non poteva più permettersi con il suo solo lavoro di mandare avanti una famiglia di 7 persone. Vidi allora la possibilità di andarmene e magari di tentare la sorte, cosi con il consenso di mio padre iniziai a cercare un modo per poter arrivare qui in Italia.”

E poi come sei arrivata qui?

“Sono arrivata da clandestina, con un gommone, trovai un signore che poteva prestarmi due milioni di lire per pagarmi il viaggio e così mi misi in lista per scappare. Ci vollero tre mesi prima che toccasse a me, prima che fossi io la ragazza chiamata per salire sul gommone. Una volta a settimana dovevo andare in un bosco vicino al mare, che io tra l’altro non avevo neanche mai visto e che non potevo vedere da dentro al bosco dove ci lasciavano, e aspettare lì che fosse il mio turno. Dormivo ammassata con gli altri, una volta a settimana, sperando che il nome estratto fosse il mio.

Per tre interi mesi non lo fu, fino a quando un giorno sentii “Nusha Gjoka”.

Erano le 10.00 di sera, ancora ricordo quando per la prima volta mi fecero uscire da quel bosco e quando per la prima volta vidi il mare. Mi vengono ancora i brividi a raccontarlo, vidi un gommone minuscolo su cui ci stiparono in trenta, ero l’unica donna, ero piena di paure, sai il mare di gennaio non è proprio come il mare che vedi tu quando vai in Sardegna: mette paura. E’ un mare in tempesta in cui se non stai attento rischi di annegare, e io neanche sapevo nuotare: venivo da un minuscolo paesino in cui non avevo mai avuto il privilegio di andare in piscina e in cui neanche mi ricordo più se ci fosse mai stata una piscina. Fatto sta che ripensandoci ti dico che quella è stata la notte più bella della mia vita, la prima volta in cui vidi il mare, in cui non riuscivo più a distinguere il confine tra l’acqua e il cielo, le stelle, la prima volta in cui mi sentii libera, avevo 21 anni, stavo su un gommone con trenta uomini e in quella notte si sarebbe deciso se io avrei vissuto ancora o no. Fortunatamente sono ancora qui per rispondere alle domande che mi fai.

Non ricordo dopo quanto tempo arrivai a Bari, scesi dal gommone in un bosco mi guardai intorno e pensai “Mah qui la terra è uguale alla mia” che stupida che ero, appena vidi la città ne rimasi incantata, non conoscevo praticamente nulla della modernità, ricordo ancora il mio stupore nel vedere la prima volta le scale mobili e le risate che si fece il signore che mi aveva prestato tutti quei soldi per il viaggio, vedendomi cosi stupita.”

E una volta a Bari, come sei finita qui a Roma?

“Questo signore che mi aveva prestato i soldi mi portò a Tagliacozzo dalla mia sorella maggiore dove rimasi per poco tempo perché l’uomo con cui era sposata mia sorella non mi voleva a casa con loro. Richiamai così il signore dei soldi che mi portò con sé a Perugia garantendomi un lavoro come donna delle pulizie, una volta a Perugia vi rimasi per tre anni interi poi cominciai a capire che quest’uomo non solo voleva i soldi indietro da me che a mano a mano gli stavo ridando ma cercava donne per un giro di prostituzione. Mio fratello, prete, appena seppe questo prese la prima nave dall’Albania e venne a prendermi a Perugia per togliermi da queste brutte strade in cui mi ero andata a cacciare e mi portò qui a Roma in un istituto di suore a Rebibbia.”

E da lì?

“Rimasi due anni, poi per mancanza di documenti mi mandarono via, in questi posti puoi stare solo fino un tempo limite dopodiché devi andare via, cosi mi misi a fare la badante per un intero anno a una vecchia signora al quartiere tuscolano. A me però servivano i documenti per stare in Italia, primo tra tutti il permesso di soggiorno e lei non voleva farmeli così, non vedendo altri sbocchi dovetti tornare da mia sorella a Tagliacozzo dove per altri due anni lavorai come badante per una signora che però mi aiutò con i documenti.

Una volta sistemata questa faccenda tornai a Roma dalle suore di Rebibbia che mi trovarono un posto letto e un lavoro. Facevo le pulizie in un centro di accoglienza di rifugiati e qui conobbi Bush, venuto dal Sud Africa, e me ne innamorai. Io e lui rimanemmo insieme per un anno dopo di che rimasi incinta della mia gioia più grande, Samuel. Quando lui nacque con la sindrome di Down persi il lavoro e il mio posto dalle suore e fui costretta a trasferirmi in un altro centro di suore per ragazze madri. E da questo punto in poi credo la mia storia tu la sappia, visto che guardando dalla tua camera vedi proprio la finestra della mia vecchia stanza dalle suore. Ora fammi andare a pulire che se no tua madre mi strilla di nuovo, ah! e vai a vedere che sta facendo Samuel che di sicuro sta fuori a inseguire il gatto.”

P.S.  I fatti, i personaggi, i luoghi e gli avvenimenti qui riportati sono tutti veri. 

 

 

Autore: Vito Conteduca - 16/12/2016



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